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SAN PIETRO A MAIDA

 

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Gastronomia

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Gastronomia

L'alimentazione degli abitanti di San Pietro, come un po' dappertutto, è cambiata col passare degli anni. Dall'inizio del secolo, si può infatti affermare che ha attraversato periodi di estrema povertà (coincidenti con le guerre mondiali) e solo dal secondo dopoguerra si è effettivamente arricchita, fino ad arrivare ai nostri tempi in cui ha perso quasi completamente ogni connotazione locale ed è diventata particolarmente ricca di proteine. Caratteristica dell'alimentazione del passato è stata la carenza di carne, soprattutto sulle tavole dei contadini.

Il pranzo quotidiano consisteva in "posa, erva de 'nterra stranghiata, pane cuattu, pipi, patati accumpagnati de pane de 'ndianu, de ranu o de castagna, de canigghja o de cacau, d'avena o de luppini". Quando si preparavano i vari formaggi e la ricotta, dentro la "coddara" restava il siero e, per non sprecarlo si inzuppava il pane e si mangiava la cosi detta " mpanata ". Si mangiava anche " pane de ranu ammogghjatu ccu uagliu e ariganu, spicuni de 'nterra ccu patati allu purgatuaru ". A volte si scioglieva il grasso del maiale nella padella e lo si conservava negli appositi recipienti di terracotta, perché fosse utilizzato successivamente. La sera si cenava con frittata di uova e salame con cipolle : "si facianu friscatuli ccu farina gialla de 'ndianu e nicatuli ccu farina e sale. Ppé zuccherare lu latti grattavamu 'na barbabietula ".

La domenica si preparava la pasta di casa "fhilatielli, fhatti ccu lu fiarru, ccu carne de crapa, tagliarini e maccarruni, chinuliaddi, 'mpastati ccu vinu cuattu, ova e farina" (prima di friggerli li passavano, per dare loro una forma, " supra lu crivu ").

Gli anziani ricordano con un po' di nostalgia che a San Martino si spillava la prima botte di vino e la sera ci si riuniva tra parenti a bere un bicchiere del vino nuovo, "accumpagnatu de nuci e castagni e si  'nce'era frijiutu nu tuazzulu de baccalà ccu pipi, accussì 'nci calava de chiù lu vinu ".

Si andava per la campagna, nonostante il freddo e le intemperie, a raccogliere, per cucinarle, erbe selvatiche come: "razzi, ligunii che nescianu sutta li sambucari, cardiaddi, burraini chi niscianu 'nta lì spino, cicuari, costati e liquerizi".

A gennaio si ammazzava il maiale e si facevano "sazizza, suppressati, frittuli, saleccundi, magulara e capecuolli ". La sera, per festeggiare l'uccisione del maiale, c'era la " sciampagnata " con tutti i vicini intorno ad un grande tavolo e "ni spruppavamu l'ossa, faciamu la pitta e l'inchiamu de saliccundi ". Il primo pezzo di carne si infilava allo spiedo per fare "la ciadda". I "saliccundi " si conservavano e venivano in seguito utilizzati per condire la verdura selvatica con i fagioli.

A San Nicola si faceva bollire il grano e si preparava un piatto tipico, condendolo con grasso.

La sera della vigilia di Natale si preparavano zippuli, buffarielli e pignolata fatta con il miele fresco raccolto in campagna e per festeggiare la nascita di Gesù Bambino si consumavano tredici piatti: " spuanzi, cappucciu. e posa, baccalà e stuoccu ccu patati acconzatu ccu lu pumaduaru, nuci, castagni, pastilli, luppini, pinoli e turduni". Il giorno di Natale si mangiavano i "filatielli".

Altri anziani del paese ricordano che era usanza, quando era Pasqua e suonava la campana per annunciare la Resurrezione, di spezzare ed assaggiare la "pitta benedetta". Per Pasqua si preparavano cuzzupi, biscotti, taralli e cassati (con uova e ricotta). Come pranzo pasquale "cui l'avia si cucinava carne, cu no facìa tagliarini e ciceri ". Le donne compravano sangue di capra, che si faceva bollire nella "marmitta" e poi si tagliava a pezzi e si friggeva.

A San Francesco si preparavano "li vutarieddi", taralli che venivano offerti in voto al Santo per la guarigione da qualche malattia che colpiva un arto o tutto il corpo, e "lu vutarieddu" assumeva la forma della parte del corpo ammalata.

A tutti questi tipi di piatti e dolci si aggiungevano, nei tempi andati, le conserve tra cui primeggiava "lu cugniettu " fatto con melanzane, pomodori, peperoni e olive; il tutto salato e messo sotto olio.

Queste pietanze fanno parte della tradizione gastronomica sampietrese, come anche di alcuni paesi del Catanzarese. Ciò che, invece, è considerato ancora come piatto tipico di San Pietro, è la pasta con olive e sarde, un po' di cipolla e " schiavune ", erba che cresce lungo i corsi d'acqua. Quasi tutti i primi piatti e conserve sono conditi ed acquistano gusto per la presenza dell'olio di oliva, prodotto nelle campagne circostanti, e per il " peperoncino piccante ", tipico della gastronomia calabrese.
 

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